Stati Uniti: le rinnovabili rallentano davvero?
No, ma il “green” non basta più a raccontarle
Negli Stati Uniti basta pronunciare la parola green per trasformare una discussione industriale in una guerra culturale. Il problema è che, mentre la politica litiga sulle etichette, il sistema elettrico ragiona in un altro modo: servono più elettroni, più in fretta, a costi accettabili e con una rete capace di reggerli. È qui che sta cambiando la narrativa americana: meno clima come bandiera, più affidabilità, AI, manifattura e resilienza infrastrutturale.
Nel 2025, nonostante il ritorno di un linguaggio politico ostile a molte politiche climatiche, solare e storage hanno rappresentato l’85% di tutta la nuova potenza aggiunta alla rete nei primi nove mesi dell’anno. Ancora più sorprendente, il 73% del solare installato è arrivato da stati vinti da Trump, e 8 dei primi 10 stati per nuove installazioni appartengono a quell’area politica. È il segnale più chiaro che l’economia reale dell’energia si sta muovendo più velocemente delle sue narrazioni.
Il cambio di narrativa
Per anni il dibattito è stato raccontato così: da una parte i combustibili fossili, dall’altra le rinnovabili. Oggi il frame americano è diverso. Il punto non è più soltanto “quanto è pulita una tecnologia”, ma quanto rapidamente può portare megawatt affidabili, quanto costa integrarli e quanto tempo serve per connetterli alla rete. È la logica del time-to-power: non vince l’opzione più ideologica, ma quella che arriva prima e che non manda in crisi il sistema.
Anche il lessico si sta spostando. OpenAI, in un documento inviato alla Casa Bianca nell’ottobre 2025, ha chiesto di chiudere l’“electron gap” con la Cina fissando un obiettivo di 100 GW di nuova capacità all’anno. Non è un manifesto ambientalista: è un pezzo di politica industriale travestito da allarme energetico. La domanda implicita non è “come decarbonizziamo?”, ma “come evitiamo che AI, data center e competitività industriale restino senza corrente?”.
Le rinnovabili rallentano? Dipende da dove guardiamo
Se guardiamo ai numeri di installazione, la risposta è no. Il solare ha continuato a crescere e, da solo, ha rappresentato il 58% della nuova capacità elettrica aggiunta negli Stati Uniti al terzo trimestre 2025. Questo significa che, nella realtà dei cantieri e dei COD, le rinnovabili continuano a essere la tecnologia che il sistema riesce a costruire più facilmente e più rapidamente.
Ma se allarghiamo lo sguardo al medio termine, la risposta cambia. A settembre 2025 Reuters riportava che le previsioni di nuove installazioni solari USA per il periodo 2026-2030 erano state tagliate del 27% a causa di cambiamenti di policy, incertezza regolatoria e rollback di alcuni incentivi. In altre parole: nel breve le rinnovabili corrono ancora, nel medio rischiano di trovare più ostacoli politici e finanziari.
C’è poi un dettaglio decisivo che spesso viene nascosto dietro gli slogan: installare tanti gigawatt non equivale automaticamente ad avere tutta l’energia “utile” che serve, quando serve. Un gigawatt solare non vale, in termini di disponibilità continua, come un gigawatt termoelettrico o nucleare. Per questo il boom delle rinnovabili non chiude da solo il problema dell’affidabilità: lo sposta sulla combinazione con accumuli, flessibilità, rete e capacità firm.
Davvero si incentiva il gas?
Sì, ma non nel modo sempli
ce che racconta la propaganda pro-fossil. Il gas sta tornando al centro del discorso americano perché data center, manifattura ed elettrificazione chiedono potenza disponibile anche di notte e nei picchi. Reuters ha riportato che la pipeline di nuovi progetti gas negli Stati Uniti è esplosa, arrivando a 252 GW tra impianti pianificati o in sviluppo nel 2025.
Il punto è che voler fare più gas non significa riuscire a farlo rapidamente. Sempre Reuters segnala che i costi dei nuovi impianti a ciclo combinato sono saliti molto e che i tempi di consegna delle turbine arrivano ormai fino a cinque anni. Quindi il gas è di nuovo “desiderato”, ma non è più una scorciatoia immediata. È una tecnologia che il sistema vorrebbe usare di più, ma che oggi incontra colli di bottiglia industriali simili, e in alcuni casi peggiori, di quelli che colpiscono le rinnovabili.
Questo cambia parecchio la lettura. Dire che “gli USA stanno tornando al gas” è vero solo a metà. Più precisamente: gli USA stanno cercando qualunque capacità affidabile riescano a rendere costruibile in tempi accettabili. In questa corsa, il gas resta importante, ma non basta e non arriva sempre in fretta.
La vera parola chiave è resilienza infrastrutturale
La questione più seria non è il colore politico dell’energia, ma la capacità del sistema di assorbire nuova domanda. Qui il caso simbolo è PJM, il più grande mercato elettrico americano. Nell’asta capacità 2026/2027 il prezzo di clearing è salito a 329,17 dollari per MW/giorno, dopo il precedente salto dell’anno prima. PJM e Reuters collegano questa tensione alla crescita della domanda, soprattutto dei data center, a fronte di un’offerta che non riesce a crescere con la stessa velocità.
Il Market Monitor di PJM è stato ancora più esplicito: l’inclusione del carico esistente e previsto dei data center ha aumentato in modo molto rilevante i ricavi dell’asta capacità, con impatti di miliardi di dollari sulle ultime aste. Qui però bisogna stare attenti alle parole. Dire che “la bolletta sussidia l’AI” è una formula efficace, ma semplifica troppo. Più correttamente, siamo davanti a un problema di allocazione dei costi di affidabilità in un sistema che deve procurarsi capacità prima che la nuova domanda si materializzi del tutto.
E poi c’è la rete, il grande convitato di pietra. Berkeley Lab mostra che i progetti entrati in esercizio nel 2023 hanno impiegato quasi cinque anni in media tra richiesta di interconnessione e operatività commerciale. È qui che si rompe la favola del “basta costruire più impianti”: negli Stati Uniti il collo di bottiglia non è solo tecnologico, è amministrativo e infrastrutturale. Senza rete, senza trasformatori, senza riforme sulle code di connessione, anche la tecnologia giusta arriva tardi.
Ha ancora senso parlare di “green”?
Sì, ma non come cinque anni fa.
Ha ancora senso parlare di green se lo usiamo per descrivere un esito: un sistema che produce energia con meno emissioni, meno dipendenza geopolitica, minore volatilità dei combustibili e maggiore efficienza industriale.
Ne ha molto meno se lo usiamo come etichetta identitaria. Perché oggi negli Stati Uniti quella parola, da sola, non basta più a costruire consenso né a spiegare ciò che sta accadendo davvero.
Il paradosso è tutto qui: mentre una parte della politica combatte il “green” sul piano culturale, il sistema continua spesso a scegliere proprio quelle tecnologie che il linguaggio politico vorrebbe ridimensionare. Non per idealismo. Per convenienza industriale. Per tempi di sviluppo. Per bancabilità. Per scarsità di alternative rapide.
Quindi le rinnovabili rallentano? Nel racconto politico, sì. Nei numeri di breve, molto meno.
Si incentiva il gas? In parte sì, ma più come risposta alla paura di non avere capacità affidabile che come ritorno ordinato a un vecchio equilibrio.
La transizione accelera? Sì, ma non con la linearità che piace alla retorica climatica. Accelera in modo disordinato, contraddittorio, spinto da AI, rete, capacity markets, sicurezza industriale e colli di bottiglia infrastrutturali.
In fondo, la lezione americana è semplice. Non sta vincendo il “green” come bandiera. Sta vincendo, quando vince, ciò che riesce a farsi accettare come energia disponibile, costruibile e utile al sistema.
Ed è una lezione che in Europa conviene osservare con attenzione. Perché la prossima fase della transizione, anche da noi, parlerà sempre meno di simboli e sempre più di infrastrutture.




